47. Ospedale
Tre giorni in ospedale. Non per lui, per me.
Niente di che, un intervento programmato, tutto bene e tutto tranquillo.
Mia moglie è venuta a trovarmi. Mia figlia è venuta a trovarmi. Mia sorella è venuta a trovarmi. Mio figlio no. L’ospedale lo spaventa, avrebbe certamente fatto casino, non sarebbe stato gestibile facilmente.
Già mentre entravo in stanza pensavo: “Ok, adesso posso sparire per un po’.”
E mi è sembrato quasi illegale.
Questa newsletter si chiama Vulnerabile e racconta il rapporto con mio figlio, che ha una malattia genetica rarissima. Fa tante cose che appaiono complesse, ma altre, più semplici, restano sfide enormi.
Esce di sabato, che è il nostro momento insieme. O almeno vorrei che lo fosse.
Non perché non mi mancasse. Ma perché per la prima volta da non so quanto tempo potevo godere di un po’ di solitudine. Libri, riviste, film, xFactor con i commenti via WhatsApp con un amico e la famiglia originaria, silenzio.
Mi ero preparato per questo. Mia moglie e mia figlia mi hanno preso in giro quando l’hanno capito, cioè subito. Sanno che mi piace stare da solo. Lo sanno e me lo rinfacciano.
Mio figlio ed io, però, ci siamo sentiti tutte le sere, tranne la prima in cui mi ha mandato un video: lui, con mia moglie e mia figlia, mi augurava la buona notte.
Mia figlia: “Ci manca il papà?”
Mio figlio: “Papà, manchiiii”
Mia figlia: “Noi ti manchiamo? Secondo me no”
La sera dopo gliene ho registrato io uno nel quale gli raccomandavo di “catechizzare” gli altri membri della famiglia per essere ordinati, di fare lui una to-do list, perché sennò rischiavano di essere destrutturati. Due video divertenti. Ci siamo anche sentiti per telefono.
Ma lui probabilmente era impaurito. L’ospedale non gli piace ed è comprensibile, avendoci passato diverso tempo. Mi ha chiesto se avessi i fili, come quelli che ha avuto lui per l’elettroencefalogramma che ha fatto anche di recente. Glieli ho fatti vedere, i miei fili dell’elettrocardiogramma. Forse ha pensato che avere dei fili attaccati sia la cifra stilistica dell’ospedale.
I video hanno funzionato. Per lui: la messa in scena che ama, la relazione che tiene, la possibilità di dire cose. Per me: la narrazione e la comunicazione restano, ma sparisce l’emergenza. Sparisce l’ansia delle cose che potrebbe fare d’improvviso, da prevedere e prevenire. Posso guardarlo senza essere in allerta.
Non è che dietro uno schermo lo ami di meno. È che dietro uno schermo non sono in apnea mentre lo amo.
E mi sento in colpa? No. Mi sento sollevato. E forse è proprio questo il punto per me: capire che prendere distanza non è abbandono. È manutenzione. È quello che permette di tornare.
Questi tre giorni, paradossalmente, mi hanno restituito energia. Non perché lui non c’era, ma perché per la prima volta in tanto tempo ho potuto fermarmi davvero.
E forse è questo che dovremmo imparare, mia moglie ed io come adulti innanzitutto: che anche noi abbiamo bisogno di ossigeno. E che prenderlo non ci rende genitori peggiori. Ci rende genitori che possono ancora respirare.
Ci vediamo sabato prossimo.



Lo so è una cosa che si dice spesso però per me è sempre molto vera: quando sali in aereo e ti fanno il corso accelerato di sicurezza (quello che nessuno ascolta mai...) ti dicono che se scendono le maschere di ossigeno, l'adulto deve prima infilarsi la propria e solo DOPO aiutare i bambini a infilarsela. Perché un adulto svenuto non può aiutare proprio nessuno...
Distanziamento forzato e uno splendido team di supporto: ci sono tutti i presupposti per un recupero completo e velocissimo ❤️🩹
In bocca al lupo, Davide, respira 🧘🏻🌸