55. Restare
“Glglg achenamo glglg cuola?” (a che ora andiamo a scuola, ndr)
“Ci stiamo lavando i denti, devi aspettare”
Prende il collutorio dallo scaffale.
“No, devi proprio aspettare. Tanto.”
Cade il collutorio.
Questa newsletter si chiama Vulnerabile e racconta il rapporto con mio figlio, che ha una malattia genetica rarissima. Fa tante cose che appaiono complesse, ma altre, più semplici, restano sfide enormi.
Esce di sabato, che è il nostro momento insieme. O almeno vorrei che lo fosse.
Mio figlio è impaziente. Non solo. Fatica a rimanere concentrato su una sola attività, specialmente se questa è noiosa come lavarsi i denti o, peggio, fare i compiti.
Infine, ricerca sempre nuove sollecitazioni. In auto passa di canzone in canzone, mentre mangia il primo si alza da tavola per prendere una banana, camminando per strada cambia improvvisamente direzione perché vede in lontananza una persona da salutare.
Io non riesco sempre a tenere il passo.
La mia strategia di coping è passata dalla risposta cortese, alla distrazione, infine alla fermezza. Quest’ultima è un tentativo recente, accompagnato da qualche critica di mia moglie, che mi trova scortese e antipatico.
In effetti, mi riconosco scortese e antipatico.
Assumo un’aria autorevole e seria, mi sforzo di non digrignare i denti e ripeto: “Devi proprio aspettare. Tanto”.
Se, per la sua impazienza, combina qualche pasticcio, mantengo un tono diplomatico e gli faccio notare come quel pasticcio stia allungando i tempi che lo separano da ciò che desidera.
Il mio successo in questa nuova strada educativa è zero.
Così come nelle precedenti, a dire il vero.
Da un lato mi sembra giusto aiutarlo a estendere la soglia di attenzione, restando concentrato anche solo per i pochi minuti del lavaggio dei denti. Dall’altro, ciò che cerco di spiegargli mi appare talmente complicato che, per descriverlo qui, ho impiegato più righe del tempo che lui riesce a restare fermo davanti al lavandino.
Il problema, però, è un altro.
È la capacità di restare nelle situazioni. In quelle noiose, in quelle scomode, in quelle che creano disagio.
Per lui, che vuole passare subito a qualcosa di nuovo.
Per me, che faccio fatica a tollerare la sua impazienza.
Forse la sfida non è gestirla, quell’impazienza.
Forse è restare. Restare lì quando cade il collutorio, quando i tempi si allungano, quando niente va come dovrebbe.
Ci vediamo sabato prossimo.



Secondo me vale la pena provare questa terza via, quella del "restare". Il mio augurio è che con il passare del tempo anche Stefano riesca a restare.
Eh... ognuno ha la sua (comunque flessibile) strategia formativa, che cambia seguendo le impazienze di Stefano.
Di sicuro lo sa anche lui, che così (spero) può contare su una bella e armonica varietà di modi di relazionarsi con lui.
Del resto, se si resta, Stefano intanto se ne va da un'altra parte... 😄